Bologna, 07/09/2015

CONSIGLIO COMUNALE IN RICORDO DI RENATO ZANGHERI, L'INTERVENTO DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE SIMONA LEMBI


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Si trasmette l'intervento della presidente Simona Lembi in occasione del Consiglio comunale in ricordo di Renato Zangheri

"Signor Sindaco,

Signore Consigliere e Signori Consiglieri, colleghi di Giunta, autorità civili e militari, cari cittadini, care cittadine,

La scelta di ricordare Renato Zangheri nel trigesimo dalla scomparsa, nasce da motivi tanto evidenti quanto profondi.

Eletto in Consiglio comunale nel '56, fu chiamato in Giunta da Giuseppe Dozza nel '59 (a quanto dato sapere, è stato il primo a ricoprire una delega come quella alle 'istituzioni culturali') con queste parole: 'e' chiaro che noi dovremo utilizzare le qualità del Professor Zangheri in un campo più affine alla sua personalità e alle sue capacità e cioè nelle attività culturali. (...) Noi intendiamo (continuo' il Sindaco Dozza) attraverso questa decisione, approfondire e allargare le attività del Comune nel campo culturale'.

E stato Sindaco di Bologna in anni difficili, quelli della crisi economica, della contestazione studentesca, della strategia della tensione. Seppe, in ogni occasione, rappresentare una guida sicura, forte, determinata di questa città.

Poteva farlo per più ragioni: per qualità manifeste in ambito professionale, politico e anche per tratti personali.

Giorgio Napolitano, Presidente Emerito della Repubblica, cui rivolgo il nostro benvenuto, il nostro saluto e il ringraziamento per aver accettato il nostro invito ad intervenire oggi, ha riservato, nei confronti di Renato Zangheri, parole affettuose e allo stesso tempo importanti. Lo ha definito “un intellettuale politico”, non intellettuale, prestato alla politica. Per questo vorrei, in questo mio breve intervento, mettere in evidenza la qualità intellettuale di un lavoro amministrativo che spesso può sembrare routine, ma che in lui e' stato meditato, pensato e poi, con la tenacia che riconosceva necessaria per le grandi sfide, fortemente perseguito.
Docente di storia economica, concentrò le sue ricerche sulle lotte bracciantili, sulla storia agraria ed in particolare sul socialismo; ebbe a definirlo: 'una storia politica non tanto nel senso della consapevolezza e dell'azione delle elites, ma dell'ingresso, nella politica e della trasformazione della politica, da parte delle masse'.

Tra le numerose pubblicazioni ricordo solo:
Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano: Dalle prime lotte nella Valle Padana ai fasci siciliani, Torino, Einaudi, 1997
Renato Zangheri, La proprietà terriera e le origini del Risorgimento nel bolognese, Bologna, Zanichelli, 1961
Renato Zangheri, The historical relationship between agricultural and economic development in Italy, Londra, Methuen and Co., 1969
Renato Zangheri, Gramsci e il materialismo storico, Roma, Editori riuniti, 1983.
Renato Zangheri, Appunti sull'odierno problema della storia, Il Mulino.

Conosceva profondamente la storia di questa città, di questo territorio (mi scuso per la banalità di questo termine), pubblicata nella nella collana Storia delle città italiane, edita da Laterza a meta' degli anni '80. Mise allora in evidenza (mi riferisco ancora a Zangheri docente e studioso), come questa terra, così povera in tutti sensi, economica, culturale e sociale, certamente fino alla seconda metà dell''800, tutto quello che è stata successivamente, lo ha conquistato con lotte, battaglie, sacrifici e alta partecipazione delle persone alla vita pubblica della città.

Si discute molto in questo tempo storico di minor partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini, di sfiducia, questione che si tocca con mano leggendo degli alti livelli di astensionismo dal voto. Renato Zangheri affermò, già nel '76, in una lunga intervista a giornalisti stranieri (Bologna Rossa, i Comunisti al governo della città, ed.Feltrinelli): 'non esiste una contraddizione tra la delega e la partecipazione. Credo che una delega senza la partecipazione sarebbe una cosa un po' formalistica, ma anche una partecipazione senza delega avrebbe i suoi difetti. Quindi questa integrazione dell'uno e dell'altro elemento, della rappresentanza e della partecipazione, è stata vista sia da noi che da parte dei cattolici, e anche, devo dire, da uomini di altri partiti, come una possibile soluzione al problema di dare un fondamento più solido alla vita democratica e alle istituzioni democratiche del nostro paese'. E' questa la stagione dell'istituzione vera e propria e della partenza del lavoro dei Quartieri, pensati da Giuseppe Dossetti, sostenuti anche dal Sindaco Dozza e poi avviati dal Sindaco Zangheri.
Rivendicava la forza della autonomie locali e la loro centralità nell'assetto repubblicano del paese.

Affermò nell'introduzione ad una preziosa pubblicazione Comuni al voto da lui curata in occasione delle celebrazioni del 60esimo anniversario del primo voto realmente a suffragio universale, e quindi esercitabile anche dalle donne: 'mi si permetta di dire, a conclusione di queste note che i comuni non vanno dunque assegnati alla categoria degli enti e degli interventi sociali, al prepolitico o allo strettamente amministravo, in contrapposizione agli enti politici quali il parlamento e il governo, né possono ridursi ad agenzie di spesa, come voleva una certa teoria della programmazione, poiché la sovranità dei comuni a norma della Costituzione è un attributo non derivato ma originario, e i comuni, immersi più che possibile nella società, emergono come primari soggetti politici, partecipi della dialettica che anima la Repubblica, e non solo questuanti o disobbedienti rispetto agli organi centrali dello stato'. E' bene ricordare che Bologna fu la prima grande città ad andare al voto dopo la Liberazione. Il primo voto a suffragio universale fu quindi un voto amministrativo.

A Enzo Biagi, in una bellissima intervista del '76 pubblicata da Ricardo Franco Levi Editore, che gli chiese come intendesse essere ricordato al termine del suo mandato, dai cittadini, rispose: 'Lascio a loro stessi decidere. Se dovessi pero' parlare di un'epoca, anziché di uomini, direi che il Comune di Bologna, grazie ad un appropriato piano di investimenti, e' riuscito in questi anni a raggiungere un livello di servizi quale hanno poche città in Europa. È stata un'epoca di programmazione, pur nell'assenza e nel fallimento di una programmazione nazionale. È stata una programmazione democratica, a cui hanno partecipato i quartieri e le forze sociali. Ha fornito la prova che la spesa pubblica può essere regolata secondo rigorosi criteri di priorità'.

Di questo lavoro Renato Zangheri rintracciava fili comuni nell'azione amministrativa dei Sindaci che lo avevano preceduto: Francesco Zanardi, il Sindaco del Pane, Giuseppe Dozza, il Sindaco della ricostruzione e Guido Fanti, colui che portò avanti, con intelligenza, il rapporto col mondo cattolico.

Rivendicava, quindi, un lavoro di lungo corso, ma mai, in alcun momento, cedette all'immagine di Bologna come isola o, peggio, come modello.

Avrebbe avuto molte ragioni per cedere a questa lettura:

Newsweek scriveva nel '74 “Bologna è ritenuta un po' dappertutto la città meglio amministrata d'Europa”; der Spiegel “Bologna sogno realizzato dei risanatori”; Vie publique “Bologna non smette di far parlar di se” (Bologna rossa, ed Feltrinelli).

Affermò invece: 'non esistono isole in una situazione sociale, politica, culturale, come quella italiana ed generale nel mondo moderno, in una società matura e sviluppata, dove esistono mille interdipendenza' e ancora, 'se avanza l'inflazione, se i consumi vengono distorti da un determinato tipo di espansione economica, se la disperazione prende una parte della gioventù, non c'è isola che possa sfuggirne'.

Definire Bologna 'modello', gli suscitava fastidio; affermava di preferire che modelli e mode fosse questione da lasciare alle sartorie!

Nel 1975 affermò: 'il più grande giornale italiano, ritenendo forse di rivolgerci una lode, scriveva ieri che 'Bologna è in Scandinavia' forse perché questa è una città civile in cui non esistono i guasti e le risse così frequenti in altre città italiane. Ma si tratta, mi si scusi, di un errore. Bologna, l'Emilia Romagna, le Regioni rosse non sono in Scandinavia, sono in Italia parte integrante di una battaglia che in Italia si conduce per l'avanzata della democrazia (…)'.

Deve esserne accorto più d'uno che questa battaglia stava diffondendosi e che la sua avanzata poteva non trovare ostacoli nella chiarezza della democrazia. Iniziarono gli attentati, prima Brescia, poi Bologna, più volte, l'Italicus e poi la stazione, in quel drammatico due agosto 1980.

Il Sindaco Zangheri, in Piazza Maggiore, il 6 agosto, il giorno dei funerali (curiosamente la data della sua scomparsa, 35 anni dopo) chiedeva “perché Bologna?”. E più avanti affermava 'sulla linea che divide la democrazia dall'eversione non arretreremo, al contrario, combatteremo con maggior vigore e coscienza più chiara della posta in gioco'.

E così, seguendo l'impegno preso da Zangheri, questa città non chiese mai vendetta o la gogna, ma verità e giustizia: uniche questioni su cui è possibile costruire una comunità civile e democratica.

Non cederò alla tentazione di attingere a ricordi personali, perché penso che in questa sala, tra i relatori certamente, ma non solo, altri ne abbiano di maggiori e di più profondi, avendo, molti tra voi, avuto la fortuna di intrecciare le proprie esperienze intellettuali e politiche con quelle di Renato Zangheri.

Ma non rinuncerò, invece, a testimoniare quanta attenzione ripose sempre alla trasmissione tra generazioni diverse di sapere, di esperienza e, anche, di potere. Non solo volle al proprio fianco, i Sindaci Dozza e Fanti nella campagna elettorale del '70, ma in ogni momento, anche quando non più Sindaco, ricercava il confronto con ragazzi e ragazze consapevole che, senza trasmissione, ogni nuova generazione è costretta a ricominciare d'accapo. Lui a nuove generazioni non lo avrebbe augurato. Per questo fu sempre generoso di consigli e disponibile al confronto.

Signor Sindaco, Signori Consiglieri e Signore Consigliere,

mi scuso per essermi dilungata oltre il previsto. In fin dei conti, io volevo semplicemente ricordare quanto nella sua lunga esperienza di studioso e poi di amministratore, Renato Zangheri sia riuscito ad interpretare la storia di questa città, ad esserne punto di riferimento, guida capace di trasmettere questo a nuove generazioni.

A quelli che sono stati suoi colleghi, amministratori di ogni parte politica, che sono presenti oggi, o che hanno voluto riservare parole affettuose, di stima nei confronti di Zangheri (tra i numerosi messaggi ricevuti ricordo solo quelli di Giuseppe Vacca, Silvio Pons e Carlo Galli dell'Istituto Gramsci, Francesco Barbagallo, Direttore di “Studi Storici, Walter Barberi, Presidente della casa editrice Einaudi), rivolgo il nostro saluto più caro e il mio personale ringraziamento per avere voluto condividere momenti più e meno noti della sua esperienza umana, politica e amministrativa.

Alla Signora Zangheri e al figlio Renato Maria, rivolgo nuovamente il nostro cordoglio e l'impegno a ricordare Zangheri nei nostri comportamenti quotidiani e nella trasmissione della sua esperienza.

Nell'intervista già citata prima, Enzo Biagi affermò 'Renato Zangheri viene dalla ricerca, dall'università, la sua vocazione è per l'insegnamento, ma ha accettato di gestire per tutti e con l'aiuto di tutti, la comune esistenza di mezzo milione di uomini, di capire i loro bisogni, di cercare di rendere più leggera la loro fatica. Si è portato naturalmente dietro la cultura, ma come mezzo per decifrare ancor meglio gli orientamenti e le speranze di una società che vuole progredire, senza ostentazione, senza spirito di casta.
Penso che la sua massima virtù sia la capacità di sentirsi, in qualunque circostanza, come gli altri, accanto agli altri. Rappresenta, secondo me, nelle vicende bolognesi, qualcosa di nuovo'

Di questo tipo di novità, di figure così capaci di rigore, di dare priorità ai bisogni della comunità, di passione per la politica, il nostro Paese ha ancora enormemente bisogno ed è per questo che continueremo a ricordare Renato Zangheri".
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