Bologna, 25/11/2014

CONSIGLIO COMUNALE, SEDUTA SOLENNE PER LA GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE. L'INTERVENTO DI SANDRO CASANOVA DELL'ASSOCIAZIONE MASCHILE PLURALE


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Di seguito, l'intervento di Sandro Casanova, dell'associazione Maschile plurale, su 'Come la violenza maschile contro le donne interroga gli uomini', tenuto nel corso della seduta solenne del Consiglio comunale dedicata alla Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

"Penso sia fondamentale affrontare la violenza maschile sulle donne vedendola nella sua complessità e affrontandola nelle sue valenze culturali, sociali e politiche. La presidente Lembi ha detto parole molto importanti. E' vero che negli ultimi tempi l'attenzione si è spostata molto sulla violenza domestica e questo, da un lato, è un buon segno, nella direzione di inquadrare la violenza nelle sue coordinate precise. Dall'altro mi preme dire che vedo ancora anche una narrazione che è necessario criticare:
si tratta ancora di uscire dalla logica dell'emergenza, da una narrazione che marginalizza la violenza a episodio di cronaca, e la cui frequenza di apparizione nei giornali e nei telegiornali (sempre nelle colonne, nelle pagine, nei minuti di cronaca nera) lo trasforma in qualcosa che sembra essere nella quotidianità – invito tutti a verificare dall'inizio dell'anno la frequenza dei casi trattati pubblicamente - ma sembra di cogliere nella generale presentazione di questi episodi un soffermarsi sulle singole storie, sulle singole donne e sui singoli uomini, e poi? Se i numeri della violenza maschile sono così elevati, anche per buon senso sarebbe molto difficile pensare che in tutti questi casi abbiamo a che fare con uomini affetti da patologie individuali. Eppure la descrizione che ne viene fatta è principalmente questa: uomini che perdono il senno della ragione, che per gelosia, “follia d'amore”, si trasformano nei più feroci aguzzini verso le loro mogli, compagne o ex fidanzate. Trovo alquanto facile, se non manipolatoria, questo tipo di lettura. Questa descrizione ci permette di tenere quei casi, perché come tali vengono trattati, ad una certa distanza, quella distanza che rassicura e che permette ad ogni uomo di potersi dire io non sono così, non mi riguarda, appartiene ad altri uomini. La violenza viene fatta rientrare in comportamenti legati alla devianza o a caratteristiche personali di uomini incapaci di tenere a freno istinti 'animali', risentimenti, qualità negative che non dovrebbero appartenere agli uomini, si dice. Una campagna di alcuni anni fa, a cui io stesso avevo contribuito – è sempre importante tenere aperta la possibilità di messa in discussione, di critica anche verso se stessi – aveva come slogan principale: “ i veri uomini non picchiano”. Altre parole mi vengono in mente: 'se questi sono uomini' è il titolo di un libro di un giornalista molto serio, molto bravo, e però questi linguaggi richiamano da una parte l'idea che la violenza sia solo di alcuni 'specifici' uomini, arrivando ad una divisione tra maschi buoni e maschi cattivi, e dall'altra sembra implicitamente richiamare l'esistenza di un'essenza, di una natura maschile, che non dovrebbe prevedere un certo tipo di atteggiamenti e comportamenti, proprio perché il contenuto diffuso in questo tipo di messaggi è 'non sei un uomo se picchi una donna...'

La realtà è molto molto più complessa. Prima di tutto perché all'opinione pubblica la violenza maschile sulle donne viene presentata nella sua forma più evidente, ovvero l'omicidio, si manifesta principalmente come un gesto ultimo, eclatante, l'atto estremo, ma quella è sola la punta di un iceberg, rispetto ad uno sfondo, un contesto di quotidianità di non sempre facile identificazione, il più delle volte indistinto in cui si inserisce anche l'immagine di un uomo non più violento 'a tutto tondo', con un solo 'lato oscuro', ma un uomo che ama o in precedenza ha amato quella donna, spesso ha avuto con lei dei figli. E forse l'operazione più corretta mi pare indagare in quell'indistinto che segna le relazioni quotidiane tra quell'uomo e quella donna che la cronaca ci descrive. La contiguità tra amore e violenza di cui la cronaca ci parla è un segnale che non può essere messo da parte. Non è affatto scontato sottolineare qui che la violenza che si insinua nelle relazioni affettive ha radici profonde ed interroga l'immaginario che regola la relazione tra i sessi, i modelli di famiglia, le aspettative, i desideri che uomini e donne riversano nell'amore, nella sessualità, i ruoli e i modelli di genere. C'è una cultura di fondo – e una storia secolare, se non millenaria – che racconta di un uomo che ha costruito la sua identità, il suo prestigio, il suo status pubblico, plasmando le diverse forme di organizzazione sociale, politica su sua immagine e tenendo escluso il genere femminile dai luoghi di potere e di produzione della conoscenza. Genere femminile pensato solo come appendice dell'uomo per esaltarne le qualità, un uomo il cui valore agli occhi degli altri uomini aumenta esponenzialmente con il numero di rapporti avuti con donne, un uomo la cui virilità è strettamente connessa alle prestazioni sessuali. O altrettanto costitutiva di quella stessa identità l'idea dell'uomo protettore, che difende la sua donna, la controlla, la protegge, perché percepita come soggetto debole che necessita di una figura maschile al suo fianco, che la sappia guidare; l'idea di un uomo responsabile (richiamo qui l'autorità del pater familias prima della riforma del diritto di famiglia del '75), che ha il pieno controllo della sua vita, che ha il dominio di ciò che è attorno a sé, e quindi anche della sua relazione affettiva.

Gli episodi di violenza sulle donne ci parlano molto spesso di paure, angosce, livore, rabbia di uomini messi di fronte a relazioni finite, uomini incapaci di accettare il rifiuto della donna, incapaci ad un certo punto della relazione di riconoscere il desiderio della donna che si ama come desiderio autonomo, diverso dal proprio; uomini incapaci a riconoscere spazi di libertà alla donna e che arrivano a considerare la gelosia, il controllo eccessivo sulla compagna che si ama come una forma di sicurezza, rassicurazione rispetto ad una situazione che rischia di sfuggire al controllo, e la gelosia diventa simbolicamente e materialmente non solo il modo per proteggere una relazione a rischio, ma è il più forte fondamento che rafforza i puntelli altrimenti in crisi dell'identità maschile. D'altronde il delitto d'onore è stato definitivamente abrogato dal nostro codice solo nel 1981. La decisione di una donna di concludere una storia sentimentale, il suo eventuale tradimento sono percepiti dall'uomo come minaccia alla sua identità proprio in quanto uomo, uomo che vede sfumare quella sicurezza garantita, in passato, quasi per 'legge naturale': la posizione di dominio. È messa in scacco la sua virilità, è un segnale di perdita di potere, di fallimento in quanto uomo.

Ecco perché sostengo che occorra dire in maniera forte e chiara che la violenza contro le donne è una questione maschile. Non perché ci sia un'attribuzione generalizzata di violenza a tutto il genere maschile, o perché una donna debba percepire come minaccia ogni uomo che incontra, ma perché di fronte ad un ordine patriarcale in trasformazione, non si può far finta di non vedere come certi schemi, certe rappresentazioni e modelli di genere siano ancora pervasivi, e credo ogni uomo debba interrogarsi intimamente, in profondità e chiedersi come quell'immaginario, quel sistema culturale, sociale in cui si genera la violenza parla alla sua vita, in che modo ha a che fare con i suoi desideri, i suoi bisogni, le sue paure, anche le sue ambivalenze e contraddizioni. Solo così credo che ogni uomo possa vedere con luce diversa le relazioni con gli altri uomini e con le donne, e perché in queste relazioni ci sia reciproco riconoscimento, riconoscimento prima di tutto di autorevolezza femminile, riconoscimento di autonomia ad un soggetto femminile con cui confrontarsi, dialogare, non perché mossi da un afflato etico per cui dobbiamo garantire solidarietà, rispetto, dare spazio e valore alle donne. Le donne gli spazi di libertà se lo sono conquistate da sole già da molti anni (e la storia delle donne presenti in questo contesto me lo dimostra), il punto da rimarcare e qui lo ricordo a tutti gli uomini in sala, è che i movimenti di donne, i femminismi hanno permesso di dare un nuovo senso alle esperienze di vita non solo alle donne ma anche di noi uomini, hanno permesso di rivedere la qualità della stessa nostra vita.

Per questo, voglio dare l'adeguato valore alle trasformazioni importanti avvenute, ai processi di cambiamento culturale, sociale, legislativo (cito solo per brevità la riforma del diritto di famiglia del 75, le leggi sui congedi parentali), perché la generazione attuale di uomini ha visto cambiare concretamente l'organizzazione della vita, nei ruoli, nella relazione padre - madre - figlio in maniera radicale rispetto agli uomini delle generazioni precedenti. Ci sono nuovi padri che cercano di “prendere le misure”, di trovare un equilibrio faticoso tra lavoro e cura dei figli. Ci sono quindi resistenze ma anche posizioni critiche, innovative, rispetto ai modelli del passato.
Voglio qui fare un breve cenno alla mia biografia per rendere più chiaro quello di cui sto parlando. Sono nato nei primi anni 70 in un piccolo paese della campagna emiliana in una 'classica' famiglia allargata contadina in cui i ruoli di genere e struttura familiare si stavano modificando in risposta anche la progressiva industrializzazione della zona. Nel ricordo della mia infanzia la cura vero i bambini (verso di me, le mie sorelle) era prerogativa quasi totalmente femminile (momenti quali la vestizione, la preparazione del cibo, il gioco, le favole, l’accompagnamento allo studio, le confidenze, l’ascolto del racconto della giornata); mentre agli uomini, tutti riversati esclusivamente sul lavoro fuori casa, spettava l'insegnamento della norma, dell'autorità e comunque il distacco affettivo. Ecco, io non sono padre, ma vedo nei miei amici che lo sono, nei mariti delle mie sorelle, una presa di distanza da quel vecchio ordine.
Sono in questi spostamenti di direzione che credo tutti noi oggi si debba riflettere, ovvero ragionare sul senso politico che diamo alle nostre relazioni quotidiane, come uomini e come donne, tra uomini e donne. Quella a cui siamo chiamati a porre in atto è una trasformazione ribadisco insieme personale, culturale e politica, perché non sono scindibili. E' un'assunzione di responsabilità per ciascuno di noi qua dentro, riconoscendo specificità, competenze e strumenti diversi per i ruoli diversi che abbiamo e per le diverse esperienze di vita che ciascuno/a porta. Io continuo e continuerò a farlo nella mia parzialità di soggetto maschile, nel mio ruolo educativo a scuola e attraverso l'impegno politico nell'associazione, Maschile Plurale, di cui faccio parte".
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